Think inside the box!

Qualche tempo fa mi sono imbattuto in un corso on-line di Drew Boyd dal titolo Business Innovation. Nel corso Boyd introduce un metodo di ragionamento noto come Systematic Inventive Thinking (SIT) alla base del quale c’è l’osservazione empirica che le più importanti innovazioni siano conseguenza di ragionamenti che si sono ripetuti sempre seguendo gli stessi modelli (pattern).

Gli strumenti (tools) che ci permettono di definire questi modelli in modo sistematico sono cinque tipi di ragionamento, che partono dalla scomposizione di un prodotto o di un servizio in componenti e in caratteristiche: la sottrazione (immaginare di rimuovere una componente), la moltiplicazione (duplicare o moltiplicare una componente facendola funzionare in modo diverso), la divisione (smontare e rimontare le componenti in modo differente), la task unification (utilizzare una componente per un ulteriore scopo), la dipendenza degli attributi (creare e distruggere dipendenze tra caratteristiche del prodotto).

Ho seguito il corso in modo molto critico, perché ho sempre considerato la creatività un talento innato e non uno skill che possa essere insegnato, ma a pensarci bene anche il saper cantare è un talento e nessuno si stupisce dell’esistenza delle scuole di canto.

Dopo averci meditato a lungo, sono ora meno diffidente sulla validità degli strumenti che sono stati proposti nel corso. Quello che tuttavia mi ha fatto pensare maggiormente, al di là degli insegnamenti proposti, sono state una serie di osservazioni fatte da Boyd nei confronti di due modalità di ragionamento diventate di uso comune, senza che nessuno ne abbia mai messo in discussione la validità, ma che andrebbero valutate con più spirito critico.

La prima è il brainstorming, che secondo Boyd porta a risultati inferiori rispetto alla meditazione individuale sulla soluzione di un problema. La seconda è il fatto che l’efficacia del pensiero “out of the box” sia un mito che ci porta nella maggior parte dei casi completamente fuori strada. Boyd sembra invece suggerire di pensare “inside the box“, o meglio, per usare proprio le sue parole, all’interno di un “closed world”, un contesto che non ci allontani mai dal problema e dalle risorse a nostra disposizione.

Credo siano tutti spunti interessanti e tornerò sicuramente a proporre ulteriori riflessioni sul Systematic Inventive Thinking in futuro.

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